c’è questa finestra satura di paesaggi Ammettere, ammettere cosa è bitume la parola giusta e poi E’ grande il vuoto che mi riempie è pieno il vuoto che non rende
e di lune non più lune
di saccheggi pletorici
nell’incesto uomo-poeta
La libertà, si!
quella delle mosche
che riescono a sfuggire
al martirio della fionda
ma niente plenilunio
per chi cerca ancora
le anfore nel giardino
Devo seguire una tiroide
o i flussi a vita bassa?
Devo seguire l’architrave gotica
e giù per gli artesiani ingurgiti
di occhi nella scollatura…
c’è una finestra satura di niente
dietro me
le cattedrali che cadono dalle ciglia
e le lune di bitume oblique sciolte
nel giallo degli occhi dei gatti?
Non reggono l'assenza i calendari
e i fatui giochi finiscono
nel fosforo diurno di un rossetto pesca
Riempirà le cosce un vecchio Pegaso
che dal vaso di begonie salterà
per un ultimo giro tra le ciminiere
Abbracciami ancora...
l'acqua che non affoga il nero
e m'appendo lungo gli altari
quasi a spezzare quel che c'è
di vero in una data, nello
sconto di una sorpresa bissata
non giocherà nessun quattro
piede alato tra le mie gambe
Ti abbraccio a spiegare le
stagioni sul tuo ventre
Perso
nel colonnato di una emozione
tra un copione e un mordere
le travi del cuscino…nessun bis
nessuno sconto per le marionette
(vorrei scorrerti lungo gli argini
amore, fiume porpora e magia
e che m’invada senza freno
l’assalto perverso delle tue unghie)
Non c’è silenzio che può contenerci
nella vastità del tuo abbraccio
e questa cenere tornerà a fiorire
lungo le stagioni dense di ricordi
(torna fata maggiore, torna!)
che riflette allo specchio
sogni mai dipinti
Si! ci sono i passi a farsi
polvere ed occhi che ammiccano
le vedute ma la luna non gira
è ferma sui marciapiedi, agli
angoli di un vestito fuoriposto
in lenti imbarazzate al centro
e di seguire quei binari storti
non bere paura, ammetti braccia
come vasi per riempire vittorie
Persa
nei volteggi separati da un
centesimo, tra le penne salate
e un trasloco scorciato, nessun
ricordo ad imbalsamare emozioni
(vorrei scavalcarti le soglie del
dolore, stringere stoffe che sanno
di Niagara e non spegnere mai lo
smalto, vesto le mani per incanto)
Non c'è sapore di te che non mi
penta e il teatro mente cure e
miete cuore ma poi lo difendo
con la schiena, distrugge le ore
(voltati sono dietro di te!)
questo sistema di cuori dal pulsare strano Invento anacronismi per via del saldatore… suturare, chiudere! Ma ecco os Fado s’arriccia tra le fibre taglia le linee del sale righe separatrici delle attese e cestinate longitudini Ah meu Fado, meu sonho!
Fado curvo, dilatato mille volte richiamato nel calcolo probabile delle geometrie ebraiche di cerchi e corridoi Fado contratto in una danza esteso al decimale o terso lago di Ofelia grido ovattato di convinto riposo meu Fado, meu sonho os meu…sonho Percepito in grani nel Rosario confuso di falangi e di frange di neri scialli mi vesto Fado meu ricamando di perline il nuovo cielo non ancora buio Fado essiccato nei roghi di tutte le Giovanna e ritrovato nei ritratti seppia e graffi o nella processione al martire Ritorni di eco zoppicanti presi in prestito al giallo delle foglie rese alla terra prima di morire e nell’incognita del dopo l’arrogante scena di coraggio di chi non sa rispondere piangendo Fado meu… sonho meu
Dichiara la sconfitta
tutum tutum tutum tutum
veloce sotto le luci il treno fugge verso il riscontro tutum tutum si armonizzano per simpatia rumori e battito tutum cardiorotaia ferro-spugnosa tutum veloce sotto le luci un bla - bla - bla tonfo, sasso, orecchio, - per carità - tutum Invasione dell’ipotalamo con micro devastazioni periferiche estese al sentimento medio... Dio quant’eri bella lenta sopra le luci diagnosticata “tu” l’insieme disgregato dell’incognita tutum tutum decadimento proto semantico del più semplice bbbbalbettare senza più respiro da dare né calendule post oniriche confuse girandole tutum senza mani tutum tutum Operiamo il transito dal cobalto al chiodo senza intermedie illusioni - dritto al cuore, dritto al cuore - o elusioni? tutum? tutum tutum tutum tutum Batti ancora processore quantico sulla “vetta della torre antica” saccheggiata e senza luna per quel fiume di tutum parole senza spine tutum tutum tutum tutum - Firenze, stazione di Firenze - - Qualcosa da dormire, per favore! - tutum tu tu m
è la stessa paura che mira Compro un dissolvente prendimi alla presenza di dischi ritornerà quel fragore lasciato ed io lascerò che arrivi Ti prenderò e d'amore avremo le stagioni e nel pudore di un nudo sorriso affogheremo gli ultimi graffi per quel dopo che ci vedrà avvolti in un respiro e lampi di fragoroso abbraccio. Spezziamo allora tutte le cime ed innestiamo di noi il cielo… che sia serpente e manto amore mio…
a riempire le gambe, mi vuoi
e muoio in ogni sosta che non paga
nei contorni del vuoto, poi
m'imbroglio e cemento
aria e coraggio
minimarket di nebulose
e dal contro soffitto
lascio cadere alcuni sospiri
Rieccoti senza paure
fonderti nelle mani
come gli orologi di Dalì
al pianoterra
un po fuori moda, accompagnami
nelle strategie inedite di noi
non conosco altari senza preghiera
e mi strazia il respiro di un baco
sulla schiena, né seta, né orgoglio
solo cerchi che si intrecciano di
fumo e una stanza al velluto, sono
precipizio e tu il mio vuoto
già da tempo e mi racconterò nei
fasci che tendono sul tuo collo
e di quarzi e fiumi sceglierò
l'istante, mentirai sul mio
seno aspergendo le fragranze
spoglierò i fiori, raggiungerò
quei bagliori fino all'oriente
solo a liberare l'ultimo respiro
quel soffio di genziane
a sanare ogni ferita
Raccoglieremo le oblique spine
liberando i desideri
e la carne germoglierà nella carne
ai margini del tuo respiro
sulla linea del fuoco
attorno alle labbra
prede della bocca
e geometrie armoniche
lungo le gambe ritmiche
Lontani dall'assenza
mentirò sul tuo seno, si
ma d'amore
sull'altare della betulla
e nella trama del bosco canterino
Ti respirerò nelle braccia inedite
delle girandole di maggio,
lente, lente come i tuoi si
Saranno lini e sete
ai bordi delle labbra
quando l'abisso pieno
mi riempirà di te
le notti macchiate dai candori
e poi sogni e canzoni dalla
nenia sempre uguale
vestiremo le maniglie di uno
sguardo circoscritto al neo
che regna negli occhi, i nostri
sempre dischiusi al domani
Si, proprio lì sul mezzo divano
a contare fili d'erba che intrecciano
l'atmosfera e toccarmi le viscere
nel profondo, in un gioco di acqua
e sale, panico senza pudore
Ti voglio nel maglione che scende
lento, nel dito che preme contro
nel lamento e nel tormento
come schiaffo non previsto
E ti vedo strisciare nel silenzio
preghiera coperta d'inverno
nel velo sento che ti voglio così
ago che ricama l'argine di una
passione mai iniziata
come sorriso dopo il tramonto
come bocca dopo la sera
notte attesa, divano limite
preso nella rete del lamento
tra colonna e colonna
tra la gola ed il fuoco del bordo
Martirio di voci pizzicate corde
nel concerto... abbracciami adesso
nel telaio di questo lenzuolo
con sopra le tue iniziali
mi stai Forse Cercando
in qualche lettera lasciata nel letto?
ci vuole più di un pizzico
per cantare la mia canzone
mi sarai capitello o sofà,
voce stancata al tocco
solo se saprai girarmi
dal lato giusto...
Sempre giusto per riprendere E rideremo delle comete Ma ti ricordi dei pontili lievito e lascio
è solo per un po’,
appena il tempo
di violare il cuore
mordendo il giorno alla radice,
che cova il tramonto
l’istante,
di stringersi alla periferia del niente
annullando la somma
nello scambio diacronico del lampo.
Non è per sempre!
è l’attimo
in cui l’addobbo di una piuma
sigilla la notte di Natale
e impassibile,
rimane
nel sapore lievitato
che sbriciola petali
tra mani rose da preghiere.
Immobile
come vetro sulla lingua
ritagli giorni su misura
tanto…
è solo per un po’.
il sapore di una notte
senza sogni nè meteore
col solo piccolo abbraccio
delle irriverenti grotte
Dirò che non è giusto
quel fluire di rese
senza fiori aperti
dirò che non è vano
violare le parole
Soccorreremo vedrai, le mani
che scaveranno ancora
le bocche dei falliti
e noi e tu colori inconsueti
dell'ennesimo Natale filante
che filano le attese
lungo le porte
che spengono sentieri,
il tempo
di inchiodare al buio
sogni di muschio
confusi in mezzo al sale.
Perché se il cielo
si sgretola a pastello
chi taglierà il mio pane
tra rovi di granito?
di perdersi
tra arene di vetriolo,
e pieghe di pontili
stese a fresco,
meteore essiccate
dentro un libro,
ti importerebbe allora?
e ritrovarsi infine
e del caffè bollente?
e delle megattere
a Capo Nord ti ricordi?
C'erano rose cattoliche
attorno ai tuoi fianchi...
Lascia il granito
ai suoi venti
e impasta le nuove carene
che la memoria impasti,
tra orme d’uva
ricci di grano
su tavole imbandite,
di lato al sole
ungerò le mie carni di speranza
umetterò i pensieri,
lasciando libero
il giorno di sognare.
...chè il fine di ogni viaggio
é assaporare il vento
dietro un velo, dentro
Non c’è bianco la fuori E non c'è il bianco sui pavimenti, ma non c'è bianco nelle dalie E restami nelle tasche
che possa nascondere oscurità
Mi segnano gli errori di una vita
e nelle orme frammenti di vittorie
digitate piano ma non c’è inverno
qui non c’è niente per nascondere
le ceneri di un settembre
senza vigne nè misteri…
Coperte di neve sommergono
ogni cosa, più in la
ma qui, non c’è bianco
quelli che rigiri coi pollici
e la sedia coi fiori, la finestra
senza colori
C'è un mucchietto d'ossa e legno
fuori la porta e non sono quegli
anni morti di fame, forse solo
ricordi sbattuti e piegati
più in là, il mondo si veste
di freddo, finge il mosaico
e il candore si fa più vero
della serra non c'è verso...
Si stagliano quelle parole
che ci fecero grandi e poeti
dalle curiose sintesi. No!
non voglio ascoltarle
spillare di suoni e baci
e spaghetti e scarpe rotte
ci rimpiange il divano
ancora disfatto
arreso alle mosche
Resta - ti dissi -
monocolore, nella pasta
asciugata in fretta
addormentami come mosca
sul divano e spillami
di parole tra i contesti
Sarò per te quel quaderno
bianco di righe
E tu allora? Ah! mi riveli, silfide e allora sgrana i tetti ed io mi lascerò stupire Sarò immobile più di un altare e non saranno i natali a Le tue mani mi somigliano
tuonarono come fonte inesauribile
quegli unici interrogativi, trottole
tra neuroni un pò persi e un pò pazzi
Spasimasti alquanto sornione
su quella richiesta di restare
di bianco e mosche
mentre rincorro le ultime battute
che con entusiasmo sgrano
come un rosario francescano
fuori dai bianchi
e da tutte le finestre
e seppellisci i sassi
canta capriole e stupiscimi
di segreti.
Mi suonano le mani e ridi
e poi sorridi fino a quando il sole
non diverrà che ricordo fotografato
al vento nel mentre di promesse notturne
arrendimi al più docile -ti amo-
Ti stupirò di ponti
e cene vietnamite
polifonica madonna
unghia laccate
in madreperla rosa
corpo-palude
che mi avvolge per intero
come pietra nel suo fondo
di santi e di fiumi
con la fame tra i seni
e resterò terreno fertile
che bagna la tua pietra
ad aspettare le tue preghiere
battezzeremo insieme quello
strano filo che ci tiene
storpiare binari, nè nomignoli
altisonanti che raccontano
ciò che non siamo
noi come acqua che disegna limiti
e confonde il domani di un ponte
Binario amante (# 2 del mattino) (duetto con Francesca Coppola)
Detesto non sapere lasciami fuori al giardino Toccami il viso ed io dirò che mi sono lasciata
i ricorsi della tua pelle
…e lasciami fuori
da quegli occhi ragnatela
che il mio canto finisce
prima del dietro palpebre,
a ridosso della cucina…
Odio non trovare nella risacca
niente che mi menta
o girasoli!
…toglimi dalle lame
disossate e senza filo
che il mattino finisce
prima delle sue ali,
in prossimità del cuore…
a contare i fiori che sbadigliano
chiederò ad ogni petalo il tuo nome
e lento salirà l'inverno
toglimi dalla cerniera che
accalda il tuo collo, svolgimi
le maniche e ti sarò giacca
e cappello, sbuffando il guanto
Colorerò il calzino sul camino
ricamando girasoli tra le tue mani
e dimmi quanto è freddo,
dimmi cosa stride
sotto l'ala del tuo sguardo
che già stringe la sua morsa
Oppure innestami di te...
E che diranno i fiori
quando nella trappola
cadrà il mio ti amo?
Blu e sogno ragno splendido
dirò che ti ho cercata
trovare da chi mi vuole e lo
dice senza pensare
e ti stringerò, come si accalda
un amore e respirerò il tuo viso
tessendo la mia casa
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